LA CASA E IL GIARDINO
A CURA DI: Tommaso Michieli e Filippo Saponaro
FOTO: Elia Falaschi
VistaCASA N° 98
Il reportage questa volta è diverso dal solito, perché nasce in un momento unico nel suo genere. L’articolo è stato scritto durante la fase più acuta della Quarantena. Ed è così che Filippo Saponaro e Tommaso Michieli hanno avviato un dialogo a distanza con Enrico Sello sul tema dell’abitare, a partire come sempre dalla “Casa dell’Architetto”.
INTERVISTA
Tutto ha avuto inizio con un testo scritto dall’architetto Sello ed inviato via mail che è stato l’innesco di molte domande.
Cominciamo quindi da questo e buona lettura.
“Poco tempo fa ho ricevuto un messaggio telefonico che diceva: “in questi momenti che tutti siamo costretti a stare a casa, grazie al tuo progetto non ci sentiamo isolati. Speriamo di vederci presto”. Il messaggio dei miei clienti mi ha fatto grande piacere perché ricalcava appieno quello che avevo pensato e ho fatto per la loro casa. Una casa-casa, degli spazi semplici e netti, puliti e luminosi dove poter abitare e vivere, nient’altro. È una cosa su cui sto lavorando da tempo, da tanto tempo, quello della maturità professionale, della sintesi e del come tirare le fila di un discorso che procede con lentezza, ma inesorabilità. Questa tensione prende il nome desueto di domesticità, questo è in sostanza il mio lavoro; creare ambienti domestici dove gli abitanti si ritrovino sempre. Sembra una cosa banale, ma in un mondo come quello contemporaneo dell’architettura degli interni, dove fa status symbol la dimensione del proprio soggiorno, se è di 50 mq sei un figo, se è di 100 mq sei ancora più figo, o il numero cospicuo di sale da bagno, la cucina pulita è quella sporca, le cabine armadio grandi come un appartamento, la banalità diventa contro tendenza. Non è nel grande, nel rappresentativo, il valore, il valore è nelle cose stesse. Nell’aspetto che mi preme, quello della domesticità, non si sono fatti passi avanti, semmai indietro, non interessa a nessuno e nessuno ne parla. In un tempo in cui il dovere di restare in casa per paura di un nemico invisibile ci fa pensare a tante cose, soprattutto come sarà, passato tutto questo, se dopo aver pianto o riso torneremo a fare la vita di prima oppure cambieremo qualche cosa, perché tutto quello che avevamo e abbiamo ancora sarà ritenuto a ragione supera o e superfluo.
Io vivevo così anche prima di adesso e ne sono tutt’ora orgoglioso. Abito da solo in una casetta pensata per essere vissuta solo d’estate, senza riscaldamento, piccola e modesta, agli antipodi del concetto moderno, di vivere gli spazi con clima controllato, con serramenti a taglio termico, con ambiti ben definiti per funzione e senso, con terrore degli spifferi e della solitudine. Il caso, più o meno sempre quello, ha voluto che io ci venissi a stare stabilmente nella piccola casa dove sto tutt’ora. Ho anche un giardino, un orto, un frutteto, un bosco per la legna da ardere nella (nelle) mie stufe. Uno spazio unico al piano terra ex stalla dai soffitti bassi, dai muri spessi con struttura in sasso di circa 40 mq, una cucina interrata, ricavata in una vasca ritrovata, una bagno, soggiorno – pranzo tutto insieme che cambiano continuamente di posto a seconda della stagione e al caldo della stufa a legna (rigorosamente mia). Al posto della porta d’ingresso che era a due ante in legno ho messo un serramento in ferro più grande del foro murario, in modo da non vedere il telaio, pavimento di cotto di recupero dai miei cantieri con mattonelle che datano dal 1500 al 1900, qualche colore qua e là alle pareti. E la camera direte voi, quella è al primo piano, ex fienile dai soffitti altissimi, senza alcun tipo di riscaldamento perché tanto sarebbe inutile. Allora se non si può riscaldare un volume così grande, l’unica alternativa è stata quella di diminuirlo costruendo una stanza piccola dentro una grande, una scatola insomma col soppalco e un comodino con la luce “ la luna sotto il cappello “ di Duchamp. Devo dire che la scatola o le caban, oltre alla temperatura, scoraggia visite frequenti di donne freddolose e claustrofobiche ma non impedisce il sonno di fanciulle innamorate e coraggiose. Non abbiamo bisogno di tutto e di tanto, solo e sempre di quello che è veramente l’indispensabile o che riteniamo tale. Sia chiaro che non voglio costituire solo un esempio virtuoso di come si deve abitare, non sono così stupido. Vorrei solo far pensare e riflettere sul compito dell’architetto e della sua responsabilità cambiare la vita degli abitanti delle loro case.
OAPPC:
Da come scrivi i tuoi clienti sono soddisfatti di te, sei un architetto che ascolta? Cerchi di trasformare le esigenze del cliente con le tue di architetto… o cerchi di fare solo “la tua architettura”? Lo hai sempre fatto o è una capacità che hai appreso e sviluppato negli anni?
ES:
Se sono un architetto che ascolta? Direi di si, abbastanza. Non sono un soggetto che prevarica il cliente nel nome di un proprio “stile” che deve essere sempre riconoscibile, anzi vorrei avere quella delicatezza dei gesti, che non fa vedere che ci sono passato in quella casa, che ho messo qualcosa di mio; solo piccole cose, nient’altro. Architetture che “cantano” come diceva Valery, contro quelle che parlano troppo o che sono mute perché non hanno niente da dire.
Non chiedo mai perché, riguardo alle scelte del cliente, se ritiene che quello che vuole sia quello, perché dovrei mettermi a discutere…
E poi ogni tema è una sfida, anche la più strana richiesta è legittima. Ti parla uno che ha avuto, anni fa, l’incarico comunale per il progetto della prima pista di atterraggio UFO del mondo. Un po’ mi dispiace non essere dispotico e intransigente come Peter Zumthor, ma non ci posso fare nulla.
OAPPC:
Ma veniamo all’argomento principale, lo stare a casa, costretti da un virus. Cosa che non ci saremmo mai aspettati! Quello che apprezzo di questo momento è una ritrovata lentezza, che permette di pensare! Cosa ne pensi?
Come far tesoro di questa capacità di fermarsi anche quando tutto tornerà caotico come sempre?
ES:
Penso con orrore a quelle persone costrette a casa, in una casa che magari non hanno mai amato, per un periodo così lungo, e che hanno avuto tutto il tempo per odiarla ancora di più.
Vedo stanze illuminate così male, passando la mattina presto sulla strada, che non so se sarei in grado di reggere alle restrizioni imposte.
Scorgo un grande disorientamento abitativo nelle facce della gente che mi chiedo seriamente, quanta colpa abbiamo noi architetti, di aver creato, anche solo in parte, questo modo di vivere e di esserne in qualche modo, responsabili.
OAPPC:
Ti conosco da tanto tempo e so come vivi, sei sempre stato legato alla tua casa rifugio a Villafredda! Sei essenziale, mi sembra che ti attraggano quelle architetture dall’atmosfera mistica, monacale e al contempo emozionale, legata alle persone… ma sei anche attento ai dettagli, che però non diventano decorazione… riesci a trasmettere tutto questo? E come viene recepito? Sia dai clienti, ma mi interessa sapere anche dai colleghi. La tua casa in quanto diretta espressione del tuo modo di pensare ed essere è mai stata strumento per far comprendere ai tuoi clienti il tuo approccio progettuale o tieni i due mondi ben lontani e separati?
ES:
Non porto quasi mai i clienti a vedere la mia casa, soprattutto all’inizio di un rapporto professionale.
Come vivo io sono affari miei; non tutti possono concepire perché uno viva senza riscaldamento, non gli passa nemmeno per la testa. Quindi è meglio che non vedano.
E io, di essere tacciato di auto masochismo, stranezza dei modi, solitudine come fatto cercato e non imposto; ne avrei anche abbastanza…
Faccio più volentieri vedere il mio giardino, che non mi rappresenta al meglio, però è sempre meglio di niente.
OAPPC:
Tornando al tema dello stare a casa, costretti da un virus. Pensi che il tuo modo di progettare cambierà, e più in generale cosa succederà agli architetti, come categoria?… se ti sei fatto un’idea…
Avremo modo di pensare di più agli spazi domestici?… intendo anche all’edilizia abitativa in genere… ci siamo abituati ad abitazioni standard con camere che a stento contengono lo spazio per il letto e l’armadio!… siamo vicini a una nuova era?… o passata la bufera tornerà tutto come prima in maniera bulimica, ma distanziati?
ES:
Cosa cambierà un domani, quando tutto tornerà ad una apparente normalità; non ne ho proprio idea. Né ho consigli né perle di saggezza senile per cosa dovremmo fare o non fare noi architetti.
Vorrei solo citare la frase di un mio amico che dice così: “ci sono tre cose importanti nella vita: la
salute, la poesia, e viceversa”.
Se siamo a posto con la salute, senza poesia, in tutte le sue forme ed espressioni, non siamo niente di niente.
OAPPC:
Grazie della preziosa conversazione
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