LA CASA – RIFUGIO DI GIUSEPPE ZANINI
INTERVISTA: Tommaso Michieli;
FOTO: Elia Falaschi.
VistaCASA N° 96
Anche questo numero prosegue la rubrica âA Casa degli Architettiâ nella quale si indaga quel particolare tema che è la progettazione e realizzazione della casa per se stessi. Lâarchitetto Tommaso Michieli ha cosĂŹ, per conto dellâOrdine degli Architetti PPC della Provincia di Udine questa volta è andato a visitare la casa di Giuseppe Zanini, oggi scomparso, ed ha deciso di intervistare il figlio e gli amici e colleghi per poter tracciare un ricordo ed unâanalisi di questo edificio.
INTERVISTA
OAPPC:
Martino (figlio secondo genito) come pensi che in questa casa rimanga traccia della persona che è stato tuo padre? Ci hai mostrato un diario di bordo scritto da tuo padre tutto in una notte puoi parlarcene?
Martino:
In realtĂ il diario è stato scritto nellâarco degli ultimi 17 anni, ogni qualvolta mio padre soggiornava a Sella Nevea. Il diario credo sia una traccia significativa, tanto quanto il cuore, la passione e la manualitĂ che ha messo nel progettarla, costruirla e abitarla per quasi 50 anni sia in estate che in inverno. Tutto nasce a 6 anni da una gita con mio nonno (il padre â lâarch. Pietro Zanini) anchâegli appassionato di montagna â che lo porta a frequentare il luogo che per lui diventa magico. Ci ritorna con gli amici a sciare nellâinverno del 46 dopo essersi iscritto al CAI e poi per quasi tutti gli anni successivi (in bici in Vespa e piĂš tardi in auto) ed era sempre unâavventura poichĂŠ la strada allâepoca era sterrata.
Acquista nel 1968 due lotti di terreno dal allâepoca promotore del piano di sviluppo di Sella Nevea, il cav. Menazzi Moretti, per costruire quelle che saranno le 4 unitĂ abitative piĂš caratteristiche e moderne del territorio.
Inizia la costruzione nellâestate del 1969 che si conclude solo 4 mesi dopo! con lâausilio di 3 operai, 1 manovale, una betoniera a scoppio e unâottima squadra di falegnamidel FAR di Udine. Il licĂ´f è a Epifania del 1970 attorno al fogolâr (ora eliminato per far posto alla nuova stufa) con i primi proprietari di una delle altre 3 unitĂ . La casa da quellâanno, per tutta la famiglia, ha in ogni suo anfratto una storia, un aneddoto, una gioia e un dolore. A partire dai soggiorni di tutto il nucleo familiare, il âbuen retiroâ (la hĂźtte) che mio padre si era costruito, lo ha goduto fino allâultimo; è stato per lui luogo di riposo mentale e di convivio con i vicini e gli amici, che tutte le volte che vi risiedeva con noi o con mia madre (la moglie Franca), passavano a trovarci.
Ă stata la base per camminate, sciate in Canin, per le raccolte dei frutti del bosco, fucina per la produzione di marmellate e conserve di funghi da parte di nostra madre con la quale intavolava lunghe discussioni, libri alla mano, sullâedibilitĂ di alcune piante o funghi trovati durante le camminate, o a identificare gli uccelli e i piccoli animali che passavano o si fermavano sugli alberi vicini davanti alla grande finestra come se fosse un grande televisore che trasmetteva un documentario sulla natura.
OAPPC:
Riccardo (De Santis) siamo a Sella Nevea un luogo destabilizzante, come si inserisce in questo concetto questa casa?
Riccardo:
Sella Nevea è un esempio fallimentare di inserimento urbanistico in montagna nella incontaminata natura. La mancanza di sensibilitĂ , la volontĂ primaria di lucrare sulla speculazione edilizia e sulla natura portandole violenza è smentito dallâopera di Zanini che realizza una strada alternativa di rispetto del luogo, la sua mano leggera e colta è dimostrazione di come la sensibilitĂ dellâarchitetto insegna come entrare nella natura convivendoci e rispettandola.
Basta guardare ancora oggi lâintorno della casa, il suo sedime che non fu mai violentato ne è prova il âponte levatoioâ che diventa ampliamento dello spazio calpestabile della casa appoggiandosi sulle naturali asperitĂ rocciose dalle quale si ritira quando le luci si spengono e lâintorno torna ad essere bosco, mentre il ponte protegge gli abitanti della casa.
Sono testimonianza indelebile del suo pensiero i disegni originali conservati in casa, il progetto è spiegato nei piu piccoli dettagli, nulla è lasciato allâimprovvisazione e i bellissimi disegni vergati rigorosamente a matita ricordano lâimpegno e la competenza che si sono tradotti in quella necessaria âfirmitasâ che non può mancare nella costruzione di un rifugio.
OAPPC:
Bernardino (Pittino) quando si fa casa per se stessi è possibile sperimentare cose che è meno facile fare per i clienti. In questo caso lâattenzione per il dettaglio diviene dominante cosa ne pensi?
Bernardino:
quattro unitĂ affiancate, una sorta di schiera, a forma di capanna, spazi essenziali, una cantina aperta e tre piani che vanno a rastremarsi per seguire la geometria del tetto molto spiovente, questo ha ideato Bepi per soddisfare le proprie esigenze ma anche quelle degli altri tre compagni di avventura. In questo caso il progettare per se stessi, tema difficile, ha dimostrato quanto la sensibilitĂ e la capacitĂ dellâarchitetto si sia trasformata nella gioia di chi vive unâarchitettura che non cede nĂŠ al tempo nĂŠ alle mode. Questo risultato, che dovrebbe essere sempre lâobbiettivo primo ed il fine ultimo del nostro lavoro e che Giuseppe Zanini ha lasciato, rappresenta una chiara testimonianza e lâottimo esempio di unâonesta opera di architettura. Entrando in questa casa mi colpiscono sempre la cura dei dettagli sia architettonici che di arredo, lâuso elegante delle tavole affiancate a sostenere il tavolato del primo impalcato ma anche le stecche verticali che dividono lo spazio senza soffocarlo. Le stesse stecche, che filtrano la luce e formano il grigliato di chiusura della vetrata sul fronte posteriore, costituiscono il piano di calpestio del terrazzo che âmagicamenteâ compare azionando la manovella della carrucola. Un ponte levatoio vincolato alla casa che, scendendo, si appoggia ad un muro di sassi sagomato con gradini per collegarsi al pendio del terreno retrostante a formare uno spazio per la vita allâaperto nelle giornate miti. Ma anche la scaletta a pioli, per raggiungere il livello piĂš alto, incernierata per poter essere ruotata e non creare impiccio o gli scomparti âsegretiâ dei letti a castello dove riporre gli abiti, fino a tutti i particolari in metallo, anche lâultimo bullone, dipinti di giallo a dichiarare la propria estraneitĂ in quel rifugio (nido) di legno. Tutto questo dimostra lâattenzione e lâamore riversato nel pensare e rendere accoglienti e funzionali i piccoli spazi di questo âcamper senza ruoteâ inclusa la corda sempre pronta per poter scendere dalla finestra piĂš alta nel caso in cui una nevicata avesse bloccata la porta.
OAPPC:
Riccardo un edificio minore, sconosciuto a gran parte del mondo ed anche agli addetti ai lavori, che tuttavia fa tesoro della lezione del movimento moderno ed anticipa progetti contemporanei.
Riccardo:
Gli stilemi della tradizione costruttiva montana che si leggono nellâedificio sono resi con grande sensibilitĂ dallâarchitetto che traduce gli elementi costruttivi in elementi architettonici formali. Materiali dettagli costruttivi, rigorosa ed intelligente semplicitĂ costruttiva, sono coniugate con grande padronanza ed il risultato è evidente e sa essere apprezzato istintivamente da chiunque osservi questo esempio di grande capacitĂ professionale.
Mi ricorda la casa Gugalun (1993) di Peter Zumthor per lâaccuratezza e lâoriginalitĂ delle soluzioni, ma questa casa è arrivata ventitrĂŠ anni prima di quella tanto celebrata del maestro svizzero. Questa piccola architettura mi riporta ai concetti e agli studi âsullâ existenzminimumâ di Alexander Klein e della scuola tedesca del primo novecento, essa ha dei pregi che vanno molto oltre i principi e le tecnologie semplici delle tecniche costruttive, è evidente e traspare, che il coinvolgimento emotivo e accogliente che questo fantastico âcamper senza ruoteâ o meglio come dice Zanini nel suo diario di bordo âcasa a cui volevo mettere le ruoteâ, regala ai suoi abitanti stavano nei pensieri progettuali di Zanini.
Questo rifugio di montagna svolge la sua funzione da cinquantâanni con immutato calore ed è una vera architettura che trasmette a chi ha la fortuna di ammirarla ed ancor piĂš a chi può usarla tutta la sensibilitĂ di chi lâha progettata.
OAPPC:
Martino questa casa tuo padre se lâè costruita con le sue mani ed è piena di libretti che ti ha lasciato con le âistruzioni per lâusoâ. Segno di un passato in cui lâarchitetto era attivo anche nel fare⌠Hai dei ricordi del suo essere operaio nel proprio cantiere?
Martino:
I libretti con le istruzioni sono una sua premura nei nostri confronti per lâuso della âsuaâ casa, anche perchĂŠ noi da soli lâabbiamo utilizzata poco. Allâepoca della costruzione io e mio fratello eravamo piccoli essendo la casa iniziata e finita nel 1969; perciò i ricordi di quel periodo di cantiere vengono dalla viva voce di mio padre, che usava raccontarci a cena o nei momenti di relax. Eâ sempre stato presente nella costruzione degli chalet, seguendo i lavori dalle fondamenta; come direttore lavori in primis e poi come aiuto manovale e trasporto materiali. Faceva la spola in auto â âconsumòâ letteralmente due Renault 6 â trasportando materiale edile tra Udine e Sella Nevea un poâ per risparmiare, sia denaro, che il tempo che con lâinverno che incalzava diventava prezioso, e un poâ per scegliere personalmente i materiali da lui considerati piĂš adatti. Non mancano i ricordi dei piccoli âincidenti di cantiereâ : nellâaiutare i falegnami nel forare le travi rischiò di rompersi un braccio quando la punta si bloccò improvvisamente nel legno, alla pelle delle mani, sue e di nostra madre che lo aiutò durante lâinverno del â69, che si incollavano dal freddo ai tubi di metallo nel montaggio dellâimpianto di riscaldamento (che inizialmente era fornito da una stufa a Kerosene); per non parlare della successiva manutenzione, che il piĂš delle volte amava fare da solo (ricordo che un anno si rovesciò addosso un barattolo di vernice argento mentre arrampicato su una scala stava pitturando il tettuccio di ingresso), fino allâultimo intervento nel 2015 quando sostituĂŹ insieme a mio fratello Pier-Antonio un pezzo del ponte levatoio.
OAPPC:
Franco (Vattolo) la domanda capisco possa essere difficile ma credi davvero che un edificio possa custodire e trasmettere la memoria di una persona e le emozioni ed i momenti vissuti in quel luogo? Io ho sentito queste sensazioni di una presenza…
Franco:
Io credo che di fatto questo avvenga e sia avvenuto anche se non era nelle sue dichiarate intenzioni. Zanini non ha mai pensato di creare un manifesto, era un architetto e un uomo molto pragmatico che non si spaventò assolutamente durante la lunga âquerelleâ che precedette la costruzione, sia per acquisire il terreno che per lâiter procedurale e burocratico che anche allora pesò sul processo amministrativo e costruttivo e Zanini si trasformò in imprenditore, costruendo quattro unitĂ abitative perchĂŠ da solo non avrebbe potuto affrontare lâimpegno economico, e nel seguire i lavori di realizzazione fu impresario, capomastro, direttore dei lavori, coinvolgendo al bisogno, noi amici di gioventĂš.
âHo realizzato quello che ritenevo adatto per meâ era il suo commento, riconoscendo di fatto e a ragione tutte quelle caratteristiche che sono intrinseche al ruolo dellâarchitetto, almeno per come lo ha vissuto quella nostra generazione. Le tue sensazioni Tommaso sulla âsua presenzaâ è vera lo spirito dellâarchitetto costruttore vive in tutte quelle tavole e in quei sassi che costituiscono questa piccola “hĂźtte”.
OAPPC:
Grazie davvero a tutti voi per questa esperienza profonda
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